Migranti/Espatriati: il razzismo delle parole

Forse pochi ci fanno caso, ma il razzismo di cui la nostra società sembra essere impregnata affonda le proprie radici principalmente nelle parole che usiamo, a volte, con indifferenza e, spesso, con ignoranza.

Quella delle parole è una questione sulla quale bisognerebbe sempre riflettere, proprio perché è dalle parole che usiamo che si cominciano ad educare i cittadini del futuro e perché l’uso sapiente e corretto delle parole modifica il pensiero degli esseri umani e la loro socialità.

Per quasi due anni ho vissuto in Gran Bretagna e, quando mi capitava di leggere articoli di quotidiani italiani riguardanti altri che avevano fatto la mia stessa scelta, mi colpiva il fatto che la parola usata dai giornalisti per indicare connazionali che vivevano all’estero non usavano la parola “emigrati”, ma la parola “espatriati”.

Se ci hanno insegnato a usare parole politicamente corrette per indicare situazioni di disagio fisico o psicologico (come non vedente in luogo di cieco, diversamente abile al posto di handicappato, ecc.) o per indicare lavori umili (operatore ecologico al posto di spazzino, per fare un esempio), finendo, a volte, con aumentare l’ipocrisia di chi le pronuncia, e non l’implicito giudizio; oggi ci insegnano parole sempre più ipocrite per continuare a pensarci migliori degli altri e mantenere un senso di superiorità, sempre meno giustificabile, nei confronti di altri popoli.

La parola “emigrante”, in genere, è sinonimo di fuga, di ricerca di fortuna all’estero. Insomma, che emigra lascia il proprio paese, che evidentemente non gli garantisce una vita dignitosa, per cercare miglior fortuna altrove. L’Italia è uno dei paesi dove l’emigrazione – in passato, ma, secondo i dati del ministero degli esteri, anche negli ultimi anni – ha inciso maggiormente. Paesi come l’Argentina, il Brasile, in generale il Sud America, ma gli Stati Uniti, Belgio, Svizzera, Gran Bretagna, Australia, hanno visto, soprattutto nei primi anni del secolo scorso e nell’immediato dopo guerra (di entrambe le guerre), un vero e proprio esodo di italiani che, in alcuni casi, ha spopolato interi paesi, disgregato famiglie, lacerato rapporti generazionali. Oggi la lingua straniera più parlata in Argentina, per esempio, è l’italiano; tanta è stata l’emigrazione italiana in quel paese.

All’inizio del ‘900 o alla fine di entrambe le guerre (come accade per ogni paese durante e dopo un conflitto) l’Italia era un paese poverissimo e arretrato (in particolare il sud del paese); e se è vero che spesso queste condizioni finiscono con l’essere fertili per la necessaria ricostruzione, offrendo infinite possibilità di ricominciare, di fare affari, di allargare i propri commerci e di ripartire, è altrettanto vero che queste possibilità vengono prese al volo da chi ha già delle ricchezze e che può a quel punto investirle, quando gli altri – i poveri – non possono.

Gli italiani (chi non ha un parente che sia emigrato da qualche parte negli ultimi due secoli?), e non solo loro, collegano la parola emigrazione alla parola povertà. D’altro canto emigra chi è povero, chi non ha risorse per una vita dignitosa (o almeno secondo le proprie aspettative), non chi è felice della propria condizione. Ammettere, per esempio, che negli ultimi anni i giovani italiani, e non solo i giovani, sono stati costretti a lasciare la propria terra per cercare fortuna altrove, significherebbe l’ammissione che l’Italia è ritornata ad essere un paese povero. Non meno povero di altri paesi da cui emigrano (anche verso l’Italia, ma sempre meno) altri giovani e meno giovani. E se questo, da una parte, potrebbe sembrare un paradosso (la 7° economia al mondo e la 3° in Europa, che si riscopre povera), altro non è che il risultato della pessima distribuzione della stessa ricchezza, effetto del sistema economico in cui noi tutti viviamo.

Eppure per un italiano che “espatria” all’estero, uno straniero “immigra” in Italia.

La differenza tra questi due termini è solo, e non è poco, psicologica, e, in questo caso, ma non solo in questo, la psicologia viene in aiuto ad una politica incapace di dare risposte e sempre più assetata di potere.

Innanzitutto questa puerile differenza di terminologia permette di distinguere immediatamente i buoni dai cattivi, dove (nella migliore tradizione da film western, o fascista) i buoni siamo noi e i cattivi gli altri. Secondo questa psicologia spiccia i buoni siamo noi sia che restiamo, sia che ce ne andiamo. Perché noi non emigriamo: al limite espatriamo. Che poi, detta così, sembra pure temporaneamente, per una vacanza. Mentre gli altri immigrano, vengono qui e pretendono pure di restarci, di mettere radici. In altre parole, ci invadono.

Mettere bene in chiaro queste cose, per il lettore superficiale e poco preparato (che poi in genere è anche l’elettore superficiale e poco preparato), significa pianificare la campagna d’odio verso l’altro, chiunque esso sia. Una campagna che, indifferentemente da chi la avvia, periodicamente torna buona per qualunque parte politica la voglia utilizzare. Ma non è solo per questo che usare differenziatamente questi due termini risulta utile.

Infatti se si emigra da un paese povero, si immigra in un paese ricco. Ma se si espatria lo si fa da un paese ricco ad uno che potrebbe essere più povero o ugualmente ricco. Insomma, usare il termine “espatriare” significa affermare la ricchezza del proprio paese e anche la sua libertà, tanto da permetterti di andare e venire a tuo piacimento da quel paese.

Si potrebbe dire che è la stessa differenza che potremmo vedere per i termini: dieta e fame. Se fai la dieta lo fai per mantenere o rientrare in linea (ossia stai vedendo la cosa da un punto di vista opulento), se soffri la fame sei talmente povero che l’unica linea nella quale speri di rientrare è quella che separa la vita dalla morte.

Naturalmente nell’uso differenziato di questi termini a seconda di chi sono i destinatari si cela, e piuttosto male, solo la propaganda del potere che ha l’unico scopo evidente di dividere categorie di persone che, seppure divise da molte diversità, potrebbero unirsi dalle stesse difficoltà. E, come si sa, è più facile soggiogare un popolo diviso, piuttosto che un popolo unito.

Per questo, dopo molti anni in cui ho lavorato con migranti provenienti da tutto il mondo e giunti sino in Italia, sono poi diventato a mia volta migrante (naturalmente molto più fortunato di loro) e non ho mai accettato di essere definito un espatriato, ma semplicemente un migrante.

Perché non vedo molta differenza tra chi deve lasciare la propria casa, gli affetti, famiglia, amici, e chi più ne ha più ne metta, indipendentemente da dove viene e dove va.

Pubblicato in 2015, A-Z, Luglio, Pensieri, Piccolo DizionarioMinimo | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Emergenza. La prassi della paura

La parola “emergenza” è una parola magica. Se c’è qualcosa che risana l’economia, che fa spendere senza criterio, che spinge le persone ad agire in modo compulsivo, questa cosa è l’”emergenza”.

Negli ultimi anni abbiamo assistito (in Italia, ma non solo) ad un proliferare di emergenze. L’emergenza ambientale, l’emergenza terrorismo, l’emergenza migranti, l’emergenza economica, solo per citarne alcune.

Nella lingua italiana la parola emergenza nasce per esprimere un’eccezione, una situazione temporanea ed imprevista a cui far fronte con comportamenti, regole e mezzi non ordinari; eccezionali, appunto. Per fare un esempio banale, se d’estate non piove non c’è un’emergenza idrica, perché è normale e usuale che d’estate piova poco e ci siano fenomeni di siccità. Se d’inverno fa freddo non c’è un’emergenza freddo, per il motivo opposto. Banale, appunto.

Eppure non passa giorno che i media abusino della parola emergenza e, naturalmente, questo uso massiccio e strumentale di questo termine non è casuale né scriteriato, bensì funzionale e ben ragionato.

La parola emergenza è parente stretta della parola panico. Il panico è uno stato psicologico in cui si cade quando siamo di fronte ad un evento tanto drammatico quanto imprevisto, e spesso, almeno apparentemente, senza la preparazione necessaria a contrastare questo evento. Un misto di paura e impotenza. Per esempio, trovarsi a bordo di un aereo e rendersi conto che questo sta precipitando può generare panico tra i passeggeri (che appunto avvertono il pericolo senza però poterlo in qualche modo contrastare). Naturalmente solo i passeggeri dovrebbero e potrebbero  essere presi dal panico, non i piloti, che, al contrario, dovrebbero essere preparati a fronteggiare la situazione.

Dunque, ricapitolando: il panico scaturisce dall’incapacità di fronteggiare una situazione di emergenza. E nessuno è più facilmente soggiogabile di una persona in preda al panico.

Spesso una persona colta dal panico si rivolge all’altra cercando una soluzione, qualunque soluzione, non la migliore possibile. Questo perché chi è preso dal panico vede la situazione che lo ha portato a vivere questa sensazione come emergenziale. In altre parole, chi è nel panico cerca un salvatore che lo riporti ad una condizione di normalità.

E qui entra in gioco la politica.

La politica dovrebbe avere tra le sue prerogative proprio quella di gestire situazioni di difficoltà dei cittadini, saper leggere le mutazioni della società (o volte radicali e imprevedibili) e dare risposte concrete e organizzate in grado di fronteggiare questi mutamenti. La buona politica, ovviamente.

La buona politica non dovrebbe prevedere la gestione del panico, ma la prevenzione dell’emergenza. La buona politica dovrebbe saper analizzare situazioni complesse per dare risposte con largo anticipo, proprio evitando lo stato emergenziale.

Invece noi assistiamo sempre più, non solo in Italia, ma in generale nel pianeta, ad una politica che sembra attendere la situazione di panico per poi gestirla con dinamiche emergenziali. Si potrebbe pensare che ciò accada per incompetenza dei politici, o per incapacità di analisi, ma è sempre più chiaro che invece ciò accade con scientificità e consapevolezza, proprio perché di fronte ad un’emergenza è molto più facile proporre soluzioni drastiche, impopolari, radicali e spesso antisociale.

Una delle situazioni più drammatiche nella storia di una nazione, per esempio, è la guerra. Si tratta, evidentemente, di una situazione di emergenza e come tale viene trattata. Nessuno si scandalizza che in guerra la giustizia venga amministrata dai tribunali militari o che entri in vigore la legge marziale, queste cose ci sono state insegnate a scuola e ai più appaiono normali conseguenze di una situazione di emergenza. Anche se in realtà questo comporta l’erosione sino alla scomparsa di diritti civili conquistati con anni di lotte, comporta limitazioni della libertà personale e costituzionale inaccettabili, ma che diventano facilmente barattabili, in caso di guerra, con un minimo di garanzia di sicurezza.

Per la politica l’emergenza è una vera e propria manna. Essa permette infatti di poter emanare leggi speciali, tribunali speciali, derogare a regole altrimenti inviolabili (o che dovrebbero essere tali). Per questa ragione quando un cataclisma naturale (terremoto, inondazione, tornado, ecc.) si abbatte su un territorio si può accedere ai cosiddetti (e non a casa) fondi di emergenza. Perché è l’emergenza dichiarata a permetterne l’uso.

In un paese come l’Italia, dove il pericolo di infiltrazioni mafiose negli affari e di malaffare sono sempre dietro l’angolo quando si parla di opere e denaro pubblici, dove l’attenzione della magistratura nella gestione degli appalti pubblici è costante, spesso si ricorre all’emergenza per poter saltare a piè pari la morsa dei controlli. Ecco che la gestione di un G8 diventa un’emergenza, la ricostruzione post-terremoto è un’emergenza, la gestione dei rifiuti urbani è un’emergenza, così come quella delle olimpiadi, dell’EXPO, fino ad arrivare alla gestione dei fenomeni migratori. L’emergenza prevede tempi stretti, immediatezza dell’erogazione dei fondi, pochi controlli sugli stessi; tutte condizioni che impediscono un accurato controllo della magistratura.

Ecco perché l’emergenza è una manna.

L’ultima, ma solo in ordine di tempo, di queste emergenze è quella migratoria. Un fenomeno, quello di migliaia di persone che fuggendo dai paesi poveri e in conflitto del mondo e che cercano di raggiungere luoghi pacificati e economicamente sviluppati, che è in atto da almeno dieci anni, ma che ancora oggi (soprattutto nel periodo estivo, quando le migliori condizioni del mare fanno accrescere il fenomeno) che viene gestito come un’emergenza.

Non c’è giorno che telegiornali, giornali, stampa locale e nazionale, non usino titoli come “L’emergenza profughi non si placa”, oppure “siamo in piena emergenza migranti”, e si potrebbe continuare per ore. Eppure, verrebbe da pensare, che se anche all’inizio questo fenomeno (che per altro è sempre appartenuto alla storia dell’umanità) poteva essere stato sottovalutato, dopo dieci anni parlare ancora di emergenza significa l’incapacità palese ed evidente del mondo politico (tutto).

I fatti di Quinto di Treviso, per esempio, però fanno nascere anche altri sospetti. E cioè che non di incapacità si tratta, ma di mala gestione del fenomeno (per altro marginale per quanto riguarda il Veneto), allo scopo di avvallare e far percepire alla popolazione lo stato di emergenza, da poter poi gestire con leggi di emergenza.

In Italia, ma è così in tutto il mondo con le dovute differenze, sono tutt’ora in vigore leggi speciali varate negli anni di piombo. Anche se l’emergenza è finita, la legge speciale non è mai decaduta. Ogni emergenza, se ci fate caso, corrisponde ad una erosione più o meno grande dei nostri diritti civili, delle nostre libertà individuali, dei nostri diritti sindacali.

La crisi economica, per esempio, è un altro esempio di come in nome di emergenza economica i diritti dei lavoratori sono stati barattati in cambio di elemosine monetarie. Un’emergenza in nome della quale vengono stravolte le costituzioni nazionali, in vengono istituzionalizzate le storture di sistema economico al fallimento.

Ma ancora una volta la politica riesce a farci guardare il dito e non la luna, e lo fa attraverso la paura, il perenne stato emergenziale, lo fa instillandoci quotidianamente la nostra dose di panico, scegliendo di non gestire il gestibile e preferendo metterci di fronte alla gestione eccezionale dell’emergenza.

Il giorno in cui capiremo che non esistono le emergenze, ma solo la cattiva gestione di problemi quotidiani poco diversi dal passato, allora, forse, avremo fatto un piccolo passo verso una libertà più duratura.

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Fascismo e paura a nordest

Quinto di Treviso. Treviso. Veneto. Italia. Europa. Pianeta Terra. Sistema Solare. Via Lattea. Universo conosciuto.

Premessa: si tratta di un post molto lungo.

download (4)Questa è una storia di nord-est. Una storia di confine, dove buon senso e follia si confondono. Questa è una storia di periferia, dove le contraddizioni ti scoppiano in faccia. E’ una storia dove l’Italia intera ci si può specchiare. E’ una storia di speculazioni edilizie degli anni del boom economico, del miracolo del nord est; è una storia di crisi e di povertà. E’ una storia di ignoranza e di egoismo. E’ una storia che ci ricorda come migliore strategia per il mantenimento dello status quo sia la lotta di classe, tra le classi più povere. E’ una guerra tra poveri. Questa è una storia di ordinario razzismo, di nuovo fascismo. Questa è la storia di un’eterna emergenza, di arricchimento sulla pelle dei più deboli. Questa è una storia sbagliata.

E’ un luglio di canicola e di saldi estivi. E’ l’estate dell’emergenza migranti, come tutte le estati negli ultimi cinque anni. Il prefetto di Treviso, Maria Augusta Marrosu, dopo aver cercato di far alloggiare profughi in arrivo in città, in strutture non idonee e fatiscenti ricevendo critiche da amministratori e associazioni, per l’ultimo carico umano decide, senza avvisare alcuno, di mettere a disposizione una trentina di appartamenti in una palazzina di via Legnago a Quinto di Treviso, comune alle porte del capoluogo.

Si tratta di appartamenti sfitti, frutto della speculazione edilizia del passato, la colata di cemento che ha annegato la campagna veneta e che riporta a galla problemi idrogeologici da sempre sottovalutati ad ogni pioggia insistente. La proprietà è della ditta Pio Guaraldo, vittima anch’essa della crisi e della sbornia dei decenni precedenti, oggi in concordato preventivo. Ditta da sempre estremamente legata alle istituzioni, alla politica della città. Sta di fatto che la scelta cade proprio su quei palazzi dove già vivono una decini di famiglie.

Gli indesiderati. Così, da un giorno all’altro, persone che magari hanno acceso un mutuo per acquistare un appartamento si ritrovano 101 vicini di casa indesiderati. E qui scattano le prime domande.

Perché questi vicini sono indesiderati? Che cose li rende tali? Il colore della pelle? Il fatto di essere dei poveri cristi? Quello di ricordare da dove veniamo tutti? La povertà?

Un piccolo passo indietro. Nella storia la Marca Gioiosa, Ridente et Accogliente, si è guadagnata, per esempio, qualche citazione famosa. Una su tutte (di cui i trevisani vanno molto fieri, tanto da intitolargli un ponte e un monumento) è quella nella Divina Commedia. Gioiosa, Ridente e Accogliente erano aggettivi che Dante attribuì alla Marca proprio in quanto esule, in fuga dalla Firenze dei ghibellini, e proprio a Treviso trovò accoglienza. Poiché in quell’epoca la “politica” della Marca era di accoglienza verso tutti i rifugiati, esuli e fuggitivi. Perciò oggi Treviso può vantare quel tributo, tributo di libertà e accoglienza.

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Immigrati italiani in Svizzera

Ritornando invece alla storia molto più recente, a quel boom economico che faceva urlare al miracolo del nord-est, gli imprenditori avevano bisogno di manodopera, sempre di più. Prima arrivarono (non senza tensioni) i meridionali e poi, dagli anni ’90 ad oggi, i migranti economici, molti dei quali arrivati qui come profughi e stabilitisi come lavoratori.

Siciliani, pugliesi, meridionali, albanesi, kossovari, rumeni, slavi, e poi marocchini, tunisini, senegalesi, nigeriani, cinesi, cingalesi, filippini. Le donne ucraine, moldove, le badanti dagli orfani bianchi. Tutto questo capitale umano arrivato negli anni, con migrazioni scandite dal tempo e dai differenti bisogni, hanno arricchito questa terra per lunghi anni dissanguata e svuotata dall’emigrazione massiccia verso le Americhe, il Belgio, la Svizzera, e altrove, ovunque questo popolo che solo cinquant’anni fa moriva di pellagra e di fame andava a cercare fortuna.

Migranti economici, non profughi di guerra, i Veneti.

E così torniamo alla domanda di prima. Perché oggi quei vicini di casa (certo, imposti da ordini scellerati di chi non conosce il territorio in cui opera) sono così ingombranti?

download (1)Mi hanno impressionato  le parole di una donna, definita dai media locali  la pasionaria di questa protesta, che invoca il governatore Zaia, preoccupata di vedere scendere il valore della sua casa acquistata con il mutuo, perché vengono ad abitare i “negri”. Questa signora, con l’aggravante di essere pure giovane, evidentemente non ricorda o non vuole ricardare che solo vent’anni fa erano i veneti, quelli con le bandiere con il leone di S. Marco, che dicevano le stesse cose di gente come lei, i meridionali, e che il governatore che lei oggi invoca in quanto “sensibile alle esigenze e alla problematiche del territorio” era alla testa di quei cortei che chiedevano ai privati cittadini di non affittare appartamenti ai terroni. Eppure non accadeva il secolo scorso, solo una trentina di anni fa. Forse quegli sguardi di timore e disapprovazione hanno seguito anche lei quando il suo accento tradiva la sua provenienza geografica.

Ecco, io non giustifico la rabbia di questi abitanti. Non giustifico la loro smemoratezza.

Rogo del mobilio, destinato ai profughi

Rogo del mobilio, destinato ai profughi

I fatti sono noti, e non intendo entrare nel dettaglio ella cronaca di questi giorni di follia a Treviso mi limiterò a citare il pestaggio di un vigilantes che avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei condomini (e che invece è stato aggredito con calci e pugni dai fascisti di Forza Nuova e da alcuni residenti), il blocco del servizio pasti destinati ai profughi messo in atto ancora una volta da Forza Nuova e dai residenti, il rogo delle suppellettili (televisioni, materassi e mobilia di vario genere) appiccato dai fascisti di Forza Nuova e dai residenti.

Le parole sono importanti. I fatti di cui ho dato conto sopra, hanno portato alla luce alcuni problemi culturali di questa landa desolata culturalmente e, più in generale, del paese in cui viviamo. Innanzitutto l’uso appropriato dei termini. In questi giorni politici, questori, preti di strada, ma soprattutto gli accattoni dei voti a buon mercato, hanno tentato di giustificare in qualche modo il comportamento razzista, pregiudiziale, aggressivo al limite del reato (limite per altro ben superato), dei residenti nelle palazzine di Quinto di Treviso.

I fatti compiuti da questi signori hanno un solo nome: fascismo. E non è solo per l’inquietante, ma ossessiva quando si parla di migranti, presenza di Forza Nuova, non solo. Il fascismo di queste persone sta proprio nelle loro parole e nelle loro azioni. Al di là del fatto che ne siano coscienti. Dunque, se le parole hanno ancora un senso, ciò che è accaduto tra i palazzi di via Legnago è fascismo.

Residente rompe sedie destinate ai profughi

Residente rompe sedie destinate ai profughi

Non esiste nessuna giustificazione al mondo per impedire l’arrivo di cibo a un centinaio di persone che, per altro, sono fuggiti da situazioni di disperazione, guerra, conflitto, miseria, sofferenza. O forse, l’unica giustificazione che si può cercare è nella cultura fascista di chi compie questi atti. Nella sua inumanità. Nella sua incapacità di provare empatia e compassione. Ma tutto ciò non deve giustificare né attenuare la gravità dei comportamenti messi in atto da questi esaltati con il mutuo. Non deve esistere l’incapacità, anche solo temporanea, di intendere e volere per chi compie atti del genere.

Slogan come “Prima gli italiani!” “Portate questi aiuti ai Veneti di Mira!” (colpita un paio di settimane fa da un tornado, ndr) non trovano nessun nesso con l’arrivo di profughi negli alloggi messi a disposizione dalla prefettura. Evidentemente queste persone che urlano slogan a casaccio hanno già dimenticato che proprio i profughi alloggiati lungo la Riviera del Brenta sono stati tra i primi ad accorrere per aiutare gli residenti in difficoltà. Ma della memoria corta di questa gente abbiamo già detto.

Sit-in pacifico di militanti antirazzisti

Sit-in pacifico di militanti antirazzisti

Due pesi, due misure. In questo contesto di assoluta follia sociale si inserisce a pieno titolo anche un prefetto (forse il detonatore scatenante di tutta questa tensione) che evidentemente non conosce né il territorio su cui è chiamata ad operare né i valori fondanti della nostra Repubblica (uguaglianza, antifascimo, antirazzsimo, solidarietà). Ecco dunque che se a Quinto di Treviso i fascisti di forza Nuova possono terrorizzare un centinaio di profughi, già di per sé traumatizzati dalla loro precedente e devastante esperienza, senza subire alcun provvedimento da parte delle istituzioni; per chi protesta pacificamente con un sit-in davanti alla Prefettura  in solidarietà con i profughi scattano cariche della celere, manette e arresti domiciliari.

E’ evidente che il messaggio che passa non può che essere uno solo: se organizzi e attui roghi dal sapore nazista riceverai in cambio solo la minaccia di eventuali denunce (ovviamente inattuate), mentre se difendi i valori democratici e antifascisti scritti sulla costituzione vieni arrestato.

Siamo cioè allo stravolgimento della costituzione. E viene da chiedersi cosa direbbero i nostri vecchi partigiani a vedere la libertà d’azione di gentaglia come Casa Pound o Forza Nuova, ma anche alcune frange dell’estremismo leghista che ne sono il vero collante politico e sociale. Viene da chiedersi per quale ragione quei ragazzi che hanno liberato l’Italia dall’incubo nazi-fascista hanno dato la vita.

Ma alcune domande dovrebbero riguardare anche la valutazione, che sembra a questo punto doverosa, sull’operato del Prefetto che a detta della maggior parte degli operatori del sociale, degli amministratori locali, di esponenti di ogni colore politico, evidentemente non è riuscito a svolgere in modo degno il proprio lavoro.

Dove si sta andando. Non è da oggi che in città da parte delle istituzioni vige la regola dei due pesi e due misure. Aggressioni da parte di squadracce fasciste si verificano con una frequenza preoccupante, ma difficilmente vengono individuati e puniti i responsabili. La polizia presente nelle palazzine di Quinto, per esempio, si è ben guardata dall’intervenire con cariche davanti alle manifestazioni dei residenti, anche quando sono sfociate nell’aggressione al vigilantes o all’operatore della cooperativa. Spesso si verificano episodi di pestaggi isolati, ma non per questo da sottovalutare, da parte dei soliti pochi noti di Forza Nuova. Eppure sempre più spesso sembra che le forze dell’ordine e le istituzioni preposte siano disposte a voltarsi dall’altra parte. D’altro canto che la Marca, soprattutto dal secondo dopoguerra, sia attraversata da spinte di destra anche estrema è discorso noto.

Residenti e FN cerca di impedire la distribuzione del cibo ai profughi

Residenti e FN cerca di impedire la distribuzione del cibo ai profughi

Il vero problema e il pericolo serio è che questa tolleranza eccessiva di queste cellule fascio-leghiste, nazi-venetiste, rischia di legittimare  queste spinte razziste e fasciste, rischia di dare forza a questi movimenti deliranti. E ne è testimonianza l’aggressione proprio poche ore fa di un venditore ambulante di panini, italiano, accoltellato nel suo furgone-bar. Fortunatamente le ferite non sono gravi e pare che la stessa vittima abbia riconosciuto l’aggressore come un noto esponente di Forza Nuova. Non stupisce il fatto di per sé, quanto , evidentemente, la percezione di protezione, d’impunità che queste persone avvertono.

Ed è questo il vero problema. Il problema è che questi imprenditori dell’odio, questi imbecilli della politica, questi ignoranti storici, si sentano davvero protetti e potenti, almeno abbastanza da rialzare la testa. E dalla guerra tra i poveri (da sempre strategia preferita dalla destra per attirare consensi) si passi alle vie di fatto.

 

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La banalità del male

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Manifesto elettorale Lega Nord

Come scrivevo nel precedente post la vera vincitrice (ahinoi!) delle ultime elezioni regionali è la Lega Nord di Salvini. Se questa cosa accadesse in Francia, per esempio, tutti i partiti di qualunque schieramento farebbero fronte comune per fronteggiare il pericolo fascio-leghista. Per altro qualcosa di simile è già accaduto oltralpe alle presidenziali del 2002. In Italia, invece, davanti al pericolo fascio-leghista, si preferisce cavalcare (ognuno a modo suo) le stesse istanze, magari edulcorandole a seconda del proprio elettorato di riferimento (o quello che si presume tale). E qui comincia la tragedia.

In questi giorni i fatti di cronaca hanno ulteriormente dato forza alle tesi razziste e demagogiche della Lega, e a dare manforte a al partito più xenofobo d’Italia ci pensano per il resto i giornali, o presunti tali, che ogni giorno riempiono le pagine (principalmente la prima) di notizie che inneggiano, o comunque fomentano, odio razzista, talvolta di fatti mai realmente accaduti. Dal bambino senegalese che avrebbe picchiato la compagna perché portava il crocefisso (mentre invece era stato preso di mira con insulti razzisti da parecchi giorni), notizia che qualunque giornalista degno di questo mestiere derubricherebbe a “lite tra compagni di classe” (chi ci farebbe mai un titolo di un giornale?), al “profugo ospitato da una famiglia (nel titolo si da per scontato che sia italiana, ndr) e stupra la figlia minorenne” (in realtà si trattava di un amico di famiglia e la famiglia non era italiana, come invece sembrerebbe dal titolo) . Notizie non approfondite (quando va bene) o addirittura mai verificate, per non dire, fatti mai accaduti, o che puntano tutto sul titolo. Naturalmente fatti invece accaduti, dal marocchino che salva un turista caduto nell’Arno o il bengalese che si getta nel Tevere e salva una donna che tenta il suicidio, vengono relegate in pagine di scarsa lettura e dimenticate dopo poche ore, scivolate via come l’acqua di un fiume, appunto. Ma questa è la stampa, bellezza, direbbe un vecchio cronista.

Ma si sa, si vendono più copie se si scrive ciò che la pancia della gente vuole sentire. E questo vale anche per i voti, in un paese in perenne campagna elettorale.

Detto ciò, della responsabilità pesantissima dei media italiani (ben spiegata in questo articolo comparso su Internazionale), ciò che mi ha spinto a scrivere queste righe è altro.

10469208_10152800682606836_780006176397439755_nLa foto che vedete qui accanto circola da qualche giorno sui social network, in particolare su Facebook. A prima vista sembrerebbe un’allegra brigata di vecchietti alla tombolata di qualche sagra paesana. In realtà, come si può vedere dai cartelli che con orgoglio mostrano e come si evince dalle tovagliette sulle quali stanno gozzovigliando, sono dei sostenitori della Lega Nord di Matteo Salvini di cui hanno preso alla lettera le ultime istigazioni all’odio  razziale. Di questa foto quello che mi ha colpito di più sono le due signore in primo piano sulla sinistra. Ridono, come se si trattasse di una seratona al Bingo sotto casa. Come se non avessero capito (e probabilmente è così) il significato del cartello che tengono in mano. Come se si fossero appena raccontati una barzelletta.

E’ inutile citare il famoso sermone di  Martin Niemöller “Prima vennero a prendere …“, che Brecht riadattò, aggiungendo al primo capoverso “gli zingari”, minoranza delle minoranze da sempre e da tutti perseguitata, a cominciare dai nazisti. E’ inutile, perché non capirebbero. E credo sia abbastanza inutile citare a queste persone la filosofa Hannah Arendt. E’ inutile, temo, puntare sulla cultura, con questo genere di persone. Eppure bisognerebbe farlo. Bisognerebbe avere la forza e la pazienza di prendere ad una ad una, queste persone, e spiegare loro che è proprio su questo tipo di complicità da menefreghisti su cui si è fondato il nazismo e la più grande tragedia che abbia attraversato il secolo scorso.

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Emigranti italiani in Svizzera

Queste persone potrebbero avere all’incirca l’età di mia madre e come mia madre, sarei pronto a scommetterci, ogni domenica andranno in chiesa. Pregheranno un loro Dio che salvaguardi le loro famiglie da paure che si sono sclerotizzate nelle loro teste, inculcate da politici avvoltoi che proprio su quelle paure basano il loro lauto stipendio di fine mese, alla faccia di quegli stessi vecchietti che magari per arrivarci, a fine mese, devono economizzare su tutto. Davanti al prete, protette dalla grata del confessionale, confesseranno dei peccati veniali, magari pensieri pruriginosi, magari il pettegolezzo sull’amica di turno, magari una bestemmia volata sovrapensiero, ma non gli passerà nemmeno per il cervello di confessare l’odio che li anima nel profondo.

A differenza di mia madre, queste persone, non hanno mai condiviso il loro cibo con persone di altre etnie, non si sono ritrovati immigrati in terra straniera a subire le stesse angherie che loro per primi invocano a gran voce oggi contro altri esseri umani. E’ per questo, forse, che mia madre non potrebbe mai sedersi ad una tavolata del genere.

E se è vero, come ho detto, della strumentalizzazione e dell’eccitazione che certi politicanti fanno di queste paure, di questi sentimenti trogloditi e odiosi, è anche vero che, a meno di un arteriosclerosi galoppante, queste persone hanno ancora la possibilità di scegliere da che parte stare, votano (e Salvini e i suoi sodali questo la sanno bene).

Rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma

Rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma

Proprio nei giorni scorsi è uscita l’anticipazione di una ricerca, di prossima pubblicazione per l’editore Viella, sui delatori italiani che permisero ai nazi-fascisti di arrestare, torturare (nel caso che questi fossero anche partigiani) e infine inviare nei campi di concentramento nazisti in Germania (ma anche nell’italianissima Risiera di San Sabba di Trieste), migliaia di ebrei romani. Dei 1769 rastrellati e consegnati alle autorità nazi-fasciste alla fine della guerra fecero ritorno a Roma solo una novantina. Ma chi erano i delatori, chi li denunciò? Tutti “italiani, brava gente”. Ex-fidanzati, per esempio, magari ancora feriti nell’orgoglio da un rifiuto, da un ripensamento. Vicini di casa, quelli che fino al giorno prima ti bussavano alla porta per chiedere del sale, che lo avevano finito. Amici, conoscenti. Gente normale, senz’altro educata dalla politica (quella fascista di allora) che indicava nell’ebreo il male assoluto, il capro espiatorio, che indicava nella denuncia e nello sterminio della “razza inferiore” l’unica soluzione a tutti i problemi. Italiani brava gente, insomma. E i nazisti, che in fatto di marketing la sapevano lunga, avevano messo anche un preziario sulla vita di queste persone: consegnare un uomo valeva 5 mila lire, una donna 3 mila, un bimbo 1.500.

download (3)Oggi un amico mi ha fatto notare un video che circola anch’esso sui social network di un tizio della provincia di Padova, che si dice disposto a mettere una taglia di 200 euro per chi gli porta (cito testualmente) “vivo o … ” un uomo che avrebbe picchiato un altro automobilista lasciandolo poi ferito in mezzo alla strada per una banale lite tra automobilisti. Nel video l’autore si dice certo (ma non ha assistito al fatto) che l’uomo su cui ha messo una taglia sia marocchino e si trovasse in auto con un non meglio precisato “suo amico meridionale”. Dettagli incredibilmente specifici per uno che non ha nemmeno assistito al fatto. Ammesso che la vicenda sia vera (il fatto è stato ripreso da un giornale locale e immagino stiano indagando i carabinieri o chi di competenza), è quantomeno buffo che i testimoni si siano concentrati su provenienza geografica dei protagonisti piuttosto che sul numero di targa dell’auto, elemento che aiuterebbe davvero le indagini e assicurerebbe la rapida identificazione dei presunti colpevoli.

Questo è clima che si vive oggi in Italia. Un clima non diverso da quello che si respirava nella Repubblica di Weimar e che poi portò alla nascita del nazismo. Nazismo sostenuto, almeno in una sua prima fase, da una maggioranza silenziosa e composta da normali cittadini. Normali, come quelle signore che ridono inneggiando alle ruspe o il barista della bassa padovana che mette taglie sulla testa di chissàcchi, come un novello Texas Rangers de noiartri.

Folla ad un raduno nazista

Folla ad un raduno nazista

Una massa silenziosa (ma mica tanto), ammaestrata all’odio instillato quotidianamente dai media, dalla cattiva informazione, da politicanti avvoltoi e imbevuta di ignoranza, una maggioranza di cittadini mai usciti dai confini della propria provincia, allevati nell’ignoranza e nella subcultura razzista, aizzati da capipopolo che non si rendono nemmeno conto della responsabilità a cui vanno incontro e al baratro verso il quale portano i loro pessimi allievi. Una maggioranza che quando ci si renderà conto di dover frenare sarà troppo tardi. E allora i problemi saranno troppo grandi.

Una maggioranza che della banalità del male ha fatto la triste quotidianità della propria esistenza.

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Il meno peggio

downloadQuesta volta non ero in Italia per votare. E, devo dire, per certi versi è stato meglio così: almeno mi sono risparmiato quel periodico mal di pancia e quel senso di nausea che provo ad ogni appuntamento elettorale.

In genere io scelgo di non votare. E rivendico questa mia posizione come una scelta, al pari di chi invece sente come un dovere civico mettere una crocetta su questo o quel nome, questo o quel partito. Ma spesso, poi, mi sono ritrovato mio malgrado a mettermi la mia tessera elettorale in tasca e dirigermi verso le scuole medie di periferia della mia città che ospitano il mio seggio elettorale per mettere, mio malgrado, anch’io, quella crocetta. L’ho fatto perché negli ultimi giorni delle campagne elettorali degli ultimi vent’anni alla fine mi scattava in testa una considerazione che detesto: piuttosto che le destre, voterò anche quel candidato di “sinistra” (sempre più difficile trovarne, di questi tempi) che non sopporto, o che trovo inadeguato, ma che comunque è il meno peggio. E lì scattava quel disgusto e quel senso di nausea che mi accompagnava per qualche giorno a seguire (anche perché, spesso, quel candidato che avevo votato perdeva pure, acuendo ulteriormente il mio senso di nausea).

Ho iniziato il precedente capoverso dicendo che io scelgo di non votare. E sottolineo scelgo. Perché non votare è una scelta che ha la sua assoluta dignità oltre che ragioni storiche che non sto qui a spiegare, ma che trova origine nella Comune di Parigi alla fine dell’800.

images (2)Dico questo perché le ultime elezioni regionali ci hanno messo di fronte ad una situazione che solo chi vuole nascondere la testa sotto la sabbia non vede. Il primo partito sul territorio nazionale è quello del non voto, che a queste elezioni ha raggiunto il 47.9%, praticamente un elettore su due ha scelto, e sottolineo scelto, di non andare a votare. E no, non mi illudo che lo abbiano fatto perché la fiamma dell’anarchia abbia ripreso a rinvigorirsi, ma certo il dato è significativo e merita più di una riflessione.

I dati dimostrano che tutti gli schieramenti hanno perduto elettori, tranne uno, il più estremo rappresentato in parlamento: la Lega Nord. E questo dovrebbe far tremare i polsi ai democratici, di qualunque schieramento, italiani. Ma di questo parlerò nel prossimo post.

La disaffezione alla politica può avere varie volti, come si diceva.

Diana Bracco, Presidente dell'Expo 2015

Diana Bracco, Presidente dell’Expo 2015

Sicuramente un paese lacerato da scandali, corruzione, malaffare, ultimo quello sulle indagini sulla presidente dell’Expo di Milano, solo per citare l’ultimo in ordine di tempo, non è attrattivo per l’elettore medio. E non è un caso, forse, che quando un magistrato, o ex-magistrato sarebbe meglio dire, si presenta alle urne, di solito fa risultati migliori di un politico di professione o di un imprenditore (categoria spesso coinvolta in scandali e inchieste. E il caso di Felice Casson, per altro persona stimabilissima, è lì a dimostrarlo. Così come a suo tempo lo fu per Di Pietro, o De Magistris, e compagnia bella, salvo poi essere ridimensionati dopo l’esperienza politica. Per il politico piace, e questo lo hanno capito i Cinquestelle per esempio, quando è nuovo, poi perde credibilità. E questo è un problema tutto italiano, ma legato al precedente, ovviamente.

L’ignoranza, intesa come superficialità. La schiera cioè, sempre più ampia, di quelli che sostengono che “sono tutti uguali”, che “tanto fanno quello che vogliono”, che “preferisco andare al mare”, che “la politica è tutta sporca”, che “a me la politica non m’interessa”. Alcuni di questi negli ultimi anni sono stati intercettati dal progetto politico del Movimento 5 Stelle, di altri si sono perse le tracce da molti anni e sarà difficile recuperarli. Come dei tossici all’ultimo stadio.

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Ma a guardare bene i dati, ciò che emerge e di cui si dovrebbe parlare in un serio dibattito nazionale, è l’emorragia di voti a sinistra. O meglio nel centro-sinistra. O meglio destra travestita da sinistra. Quel partito democratico renziano che ha fatto in pochi mesi riforme che nessuno in Italia avrebbe mai potuto fare e che se fossero state fatte da governi apertamente di destra, come quelli presieduti da Berlusconi negli anni che vanno dal ’90 alla prima decade del 2000, avrebbero, come è successo, avuto l’unico effetto di manifestazioni oceaniche in tutto il paese a contrastare politiche neo-liberiste che ormai sono sconfessate anche dai loro stessi sostenitori.

In questo caso, si può parlare e ben vedere di vero e proprio voto di protesta, trasformatosi nel non-voto. Anche perché le famigerate riforme di Renzi, mica dovrebbero finire con l’erosione dei diritti dei lavoratori, lo stravolgimento della costituzione a colpi di maggioranza, il superamento dei sindacati, con la cessione di sovranità a banche centrali, la precarizzazione dei giovani, con l’acquisto degli F-35 e via discorrendo. Ora tocca alla demolizione della scuola (senza mai toccare i privilegi delle scuole private, mi raccomando), e poi ci sarà spazio probabilmente per la sanità e via ancora all’inseguimento di una strada di liberismo di sinistra che al confronto una persona come Tony Blair potrebbe apparire come un sindacalista incazzato.

Vincenzo De Luca

Vincenzo De Luca

Per non parlare di una certa superiorità con cui il premier-bambino guarda alle elezioni, di cui fa volentieri a meno, quando può. O del fatto che vale più la presidenza di una regione (la Campania, in particolare) piuttosto che il rigoroso rispetto della legge (la Severino, nel caso specifico). Lui, che se la stessa cosa l’avesse fatta Berlusconi sarebbe sceso in piazza con la CGIL (per tornare ai sindacati).

Ecco, parafrasando un collega molto più blasonato di me e che stimo molto (qui), “se prendi per il culo tutto l’anni i tuoi elettori, poi non ti puoi aspettare che ti votino in massa”. E direi, che ti dovresti aspettare invece che ti aspettino sotto casa, ma non con la matita copiativa.

Luca Zaia e Matteo Salvini

Luca Zaia e Matteo Salvini

Ecco, è proprio per evitare questi mal di pancia (nella regione dove vive la mia famiglia per non far vincere quella ruspa di Salvini avrei votato con conati di vomito una coalizione che ritengo in ogni caso squallida), che sono stato felice di essere all’estero. Ecco, è per queste ragioni che non credo più al meno peggio. Ecco, sarebbe ora di rifiutarsi di votare piuttosto che votare contro.

E sarebbe bene che chi dice di volersi prendere delle responsabilità nel nome del Paese (con tutta la retorica che ne consegue), se le prendesse veramente, almeno un po’. E non nascondesse la testa sotto le sabbie della crisi, sotto l’ombrello della BCE, sotto l’ala protettrice dell’Europa, ma guardasse in faccia una realtà che per troppi anni ha fatto finta di non vedere. Il malessere di un paese reale, che vuole cambiare, soprattutto il modo di ragionare della propria classe dirigente. E che studiasse, se ha a cuore il bene e il futuro del Paese da chi questo Paese lo ha fondato versando sangue nelle galere fasciste o chi in quelle galere ha perso la vita. Da Gramsci (osannato in Spagna negli ultimi mesi, ma relegato al museo delle cere in Italia), a Calamandrei. Gente per cui la Costituzione non andava cambiata a colpi di maggioranza, ma semplicemente applicata.

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Milano non è Genova. E per fortuna.

Milano. Lombardia. Padania. Italia. Europa. Pianeta Terra. Sistema Solare. Via Lattea. Universo conosciuto.

Poliziotti. Milano I° maggio 2015

Poliziotti. Milano I° maggio 2015

Milano non è Genova. E per fortuna. E, per fortuna, non c’è un cadavere da piangere.

Sui fatti di ieri a Milano immagino si aprirà un dibattito che se in televisione durerà il tempo di uno spot, all’interno del movimento durerà, o dovrebbe durare, più a lungo. Ci sono molte domande da porsi e, se si vuole uscire da questo palco senza aver interpretato il ruolo dei burattini, bisogna cercare al più presto risposte vere e senza sconti. Ma questo è il compito politico del movimento e sono sicuro che chi di dovere è già all’opera in questo senso.

Già nell’immediatezza dei fatti sui social network si scatenavano i commenti più disparati e controversi. E continuano, e ne continuano di peggiori. Di ora in ora, di minuto in minuto. E’ la velocità cosmica della rete ad abbruttirci tutti. Chi più chi meno. Se questa è la vox populi, e lo è, credo che il cammino di sviluppo del paese, inteso come popolazione fisica e morale, sia lungo e complicato, e che vada sostenuto con adeguate politiche scolastiche e sociali. Ma questo è un discorso lungo.

I° maggio 2015, Milano

I° maggio 2015, Milano

Sui fatti di ieri, sia chiaro, non c’è nulla di giustificabile. La violenza fine a se stessa non fa altro che colpire, ovviamente, solo chi sta già con le pezze al culo di suo, e che magari nell’Expo vede solo la possibilità di riuscire ad arrivare a fine mese con meno ansia, almeno per un’annetto. Quello che una volta, e ci sarebbe da chiedersi perché non se ne parla più, si chiamava proletario. Dunque quanto di più idiota si possa immaginare. E la dimostrazione, seppur di un soggetto borderline come quel ragazzo vagamente bruciato dal punto di vista neuronale intervistato da TgCom24, ne è la prova provata.

I° maggio 2015, MIlano. Svestizione BB

I° maggio 2015, MIlano. Svestizione BB

Intendiamoci, non sto dicendo che il black-bloc sia composto da gente così. Quello che è stato fatto ieri a Milano è sembrato molto organizzato, e ha segnato un salto dal punto di vista “mimetico” che ha fatto impressione. Veloce nel suo svolgimento, quanto devastante. “Siete peggio dell’Isis!” grida una voce femminile in un video. Ed effettivamente il fumo nero invade le strade, le tute nere non aiutano a marcare la differenza e il grado di elaborazione critica pare lo stesso. Ma le sere precedenti, i mesi precedenti, dietro le file, a pensare, c’era gente tutt’altro che idiota. Preparata, anzi.

I° maggio 2015, Milano. Arresto di un manifestante

I° maggio 2015, Milano. Arresto di un manifestante

Non ci è scappato il morto. E di questo va dato merito alla gestione, questa volta, da parte delle forze dell’ordine, intelligente e, finalmente, più propensa a lasciar sfogare, non cercare di evitare danni alle cose; piuttosto, di cercare di evitare lo scontro diretto, cattivo, la lotta strada per strada, che si era vista a Genova. Ma non solo a Genova. Anche a Roma con i furgoni della celere lanciati verso i  manifestanti, mai capito se per atto criminale o impreparazione militare. Ma anche a Genova molti mezzi venivano lanciati verso i manifestanti con il rischio serio di esseri investiti. Ieri questo non è successo. Non ci sono stati colpi di testa della polizia.

I° maggio 2015, Milano

I° maggio 2015, Milano

Chi va alle manifestazioni lo sa che ci può anche stare lo scontro fisico. Non è che ci vai cercando lo scontro, anzi, nel mio caso sono sempre andato a manifestare nella speranza che non accadesse nulla, ma sai che potrebbe anche accadere. E’ già successo. Accade spesso. Il contatto con le forze dell’ordine è un’eventualità, non diversa da una distorsione se vai a giocare a calcetto. Capita. Ma si cerca di evitarlo. Sempre. Immagino che anche ieri qualcuno si sia trovato nella parte del corteo che poi ha cominciato a fare, come dicono loro, “riot”. Anche questo capita. Se vai ad una manifestazione lo sai. Ci può stare. E quando ti trovi in mezzo tutto diventa meno lucido, saranno i lacrimogeni, ma anche questo ci sta.

Tra parentesi. Mi ha fatto una certa tenerezza vedere quasi l’angoscia della giovane giornalista del sito de “La Repubblica” parlare dopo quasi un’ora di silenzio camminando per le strade incendiate di Milano, senza mai stare nei pressi degli scontri, ma bel lontano, dietro la polizia. Ecco, dicevo, mi ha fatto un po’ tenerezza vedere la sua angoscia, quasi l’incredulità e la paura che non riusciva a nascondere. Ho ripensato a Genova e ho pensato che sarebbe andata in onda in lacrime. Chiusa parentesi.

I° maggio 2015, Milano

I° maggio 2015, Milano

Dicevo, credo che quindi, nel limite del possibile, quello ieri è stata finalmente quella che io chiamerei una buona gestione dell’ordine pubblico. Che ha permesso di isolare i seicento vandali vestiti di nero, tanto da poterli quasi contare, separando il corteo e cercando di far scorrere via la testa e la gran parte del corteo, lontano dagli scontri. In questo video questa almeno sembra essere l’intenzione del funzionario che parla. Uno che sembra ragionare, senza panico. E’ cosciente che stanno distruggendo cose, ma non attaccano persone. Sono pochi – circa seicento, in virtù di seimila poliziotti schierati –  e non gli conviene nemmeno lo scontro diretto. E gli ordini, questa volta – questa volta – sono di non fare nessun morto. Quella sì, sarebbe una cattiva pubblicità dell’Expò. Lasciamoli sfogare.

I° maggio 2015, Milano

I° maggio 2015, Milano

E così, il blocco nero spacca le vetrine, non solo quelle delle multinazionali, incendia qualche decina di auto, fa rumore, tanto rumore, lancia molotov e bombe carta. Una guerriglia quasi sul modello di quella da stadio. I bastoni servono per sfasciare, non per picchiare. Nell’arco di un paio d’ore la rabbia scema, quasi per assenza di reazione. Come quando qualcuno ti prende per il culo e tu non reagisci, e questo alla fine si stanca. Così, con un colpo alla Houdini, riparati da una fitta cortina fumogena il blocco nero si cambia colorandosi da teenager qualsiasi, da gente comune. Con quella maschera sociale che vestono tutti i giorni. Facile. Un gioco da ragazzi.

E nessuno si fa poi tanto male. Niente morto. Sarebbe cattiva pubblicità.

Un gioco quasi, a guardie e ladri. E questa volta la partita è stata stravinta dalle forze dell’ordine, che sono apparse quasi attraversate – ma non vorrei esagerare – da una sorta di afflato democratico. Almeno dal punto di vista tattico-mediatico pare che da Genova in poi qualcosa si stia imparando.

Genova 2001

Genova 2001

Una lezione, e questo è evidente, che non hanno capito la maggior parte degli italiani. Che in questo caso coincidono anche con quegli elettori-fanatici in particolare del premier – anche se pure tra i cinquestelle se ne leggono di richiami all’ordine e alla disciplina – il rimpiangere una delle pagine della nostra storia recente più buie. E mi riferisco a Genova, appunto. Ma qui il discorso si fa davvero lungo e lo continuerò tra qualche giorno, forse.

Poi, certo, non lo dimentichiamo, ci sono i danni. In primis quelli dei privati cittadini la cui colpa è aver lasciato la macchina parcheggiata sotto casa, aver avuto il negozio che vende cellulari (per esempio) sulla strada del corteo, senza parlare del disagio e della paura. Ma non mi lamenterò mai di qualche danno materiale rispetto alla vita di un uomo, di un ragazzo. Per questo la tattica della polizia è stata giusta.

Elezi Klodian

Elezi Klodian

Anche se poi un morto, questo Expo milanese, fiore all’occhiello della ricrescita italiana, lo ha fatto l’undici aprile di quest’anno, nel silenzio che di solito ammanta le morti bianche. Tanto più che in questo caso si trattava di un ragazzo albanese, di vent’un anni, sì, ma pur sempre albanese. Magari Salvini dovrebbe farsi un giro nei cantieri milanesi per vedere chi e come lavora, per o senza Expo.

E allora, qualche macchina, non è poi molto. In confronto ad una vita umana. Che si chiami Carlo, Klodian, Adrian o Mamadou che non vuole spaccare proprio niente, ma per sicurezza lo lasciamo affogare nelle acque cristalline dove per un mese all’anno sogniamo di nuotare. Ecco, si dovrebbe ripartire anche da qui, prima di riempire bacheche di odio, invocazioni ai torturatori della Diaz, blasfemie giuridiche e costituzionali.

Fa impressione e preoccupa il veicolarsi veloce di modelli d’ordine di stampo giunta militare cilena, colpisce il grido non di giustizia, ma di vendetta. Fisica. Questo paese, sarebbe bene cominciare a parlarne soprattutto tra chi si vanta di suffissi come “democratico/i”, c’è un serio problema di fascismo strisciante. E a soffiare sul fuoco è quella classe piccolo borghese le cui ambizioni sempre più erose che rivendica conservatorismo, mantenimento dei privilegi. Ergo, l’inevitabile negazione dei diritti per gli altri.

Siamo tutti Charlie, quando fa comodo. Pronti a sventagliarti addosso una sorta di libertà di opinione su tutto, anche sul fatto di sparare ai barconi di migranti. Barconi dai quali, magari, i genitori di Klodian sono sbarcati vent’anni fa. In nome della libertà di espressione, di opinione, in nome di una presunta libertà assoluta e incosciente, sbaviamo di giudizi e impeti di autoritarismo: tanto, potrò pensarla diversamente, no? Libertà è anche dire di non essere democratico, di essere razzista, di essere fascista – i primi a protestare e i primi a imporre -, di essere corrotti, di essere mafiosi, collusi, compiacenti, menefreghisti, sbattersene di tutto e di tutti. Libertà di giudicare. Mai nessuno che parli di libertà di sapere, che poi c’è il rischio che ti faccia pure pensare.

E poi, la domenica in chiesa, il week-end all’Expò, in cabina elettorale a votare la sicurezza e la disciplina, al bar rimpiangendo Lui, che si stava meglio anche se si stava peggio, a letto come un dovere e al lavoro come un tumore.

Intanto, per fortuna e alla faccia di questi civilissimi e banalissimi attori del male, Milano non è Genova e questa volta non ci sono madri a piangere un figlio morto. Che sarebbe stata pure una cattiva pubblicità. E magari in qualche casa uno scappellotto sarà pure volato.

Pubblicato in 2015, Maggio 2015, Pensieri, Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , | 2 commenti

#MayDay#BlackBlock#Milano2015#NoExpo

Milano. Lombardia. Italia. Europa. Pianeta Terra.

Milano. I° maggio 2015

Milano. I° maggio 2015

Purtroppo, o per  fortuna il primo maggio non ero a Milano. E’ da qualche mese che latito dal Paese. Per questo le mie informazioni derivano da qualche Tg visto in streaming e internet. Ed è per questo motivo che non mi addentrerò sui fatti in sé, sulla cronaca, visto che non ho notizie di prima mano (la mia) o testimoni attendibili (i miei occhi). Commentare dei video che passano in televisione mi sembra da ingenui, come l’esperienza di Genova (quella delle prime ore, almeno) dovrebbe insegnare.

Questa prima considerazione la trovo importante perché in queste poche ore ho letto commenti di chi non è mai stato ad una manifestazione che parla di ciò che è accaduto ieri nel capoluogo lombardo come un’esperto di ordine pubblico o un fine commentatore politico. Ecco, io non c’ero perciò evito di parlare di cose che non so. Al limite posso, come molti, quasi tutti quelli che in queste ore commentano in rete, dire la mia da spettatore. Niente di più.

Nel pom095819686-24d2fe19-bec4-4547-aa27-29bac75b5787eriggio di ieri, ho passato le ore del corteo a seguire la passeggiata del video-maker sicuramente freelance (che in Italia significa non pagato, o sottopagato quando va bene) attraverso lo streaming del sito de “La Repubblica” (poi ci torniamo). Devo dire, che solo ascoltando l’audio rubato dal microfono lasciato imprudentemente acceso dall’operatore (che per molto tempo della diretta non sapeva nemmeno che le sue immagini stavano andando in streaming), che si poteva intuire che cosa stava succedendo. Si trattava di immagini confuse, senza un commento e, appunto, probabilmente casuali, nel senso che chi le girava non  sapeva di essere in diretta. Senza una vera regia, una logica, le immagini di uno che si trova dentro un corteo nel scoppiano scontri e cerca, come lui stesso dice, di salvare le chiappe. Proprio per questo mi era sembrata interessante.

bb4Oggi parliamo tutti di Black-Bloc, BB, tute nere. Peccato, l’ennesima occasione mancata dal movimento di egemonizzare una piazza, un corteo con messaggi, politica e pratiche di cambiamento vero, dal basso. Ancora una volta ci ritroviamo a parlare di macchine incediate, una città (qualche viale di una città) distrutta, come attraversato da un’onda d’odio e violenza, vetrine spaccate, fuoco nelle strade e violenze. Un vero peccato.

Perché un’Expo come quella che si è inaugurata a Milano, più che Esposizione Universale si potrebbe chiamare, Ipocrisia Universale. Un po’ come dare un Premio Nobel per la Pace al Presidente degli Stati Uniti d’America. Saremmo tutti d’accordo, se non fosse già successo, ahinoi. In questo momento quello stesso presidente è impegnato in almeno un decina di diversi conflitti nel mondo, giusto per dare l’esempio di uomo di pace. Ma torniamo per un attimo all’Expo.

Nutrire il pianeta.

famePer farlo basterebbe che le multinazionali presenti negli stand dell’esposizione universale, main sponsor dell’evento, pagassero le tasse secondo un principio di equità e non di convenienza, pagassero con un giusto ed equo salario tutti i loro dipendenti (anche quelli assunti indirettamente) ovunque essi si trovino nel pianeta. Sarebbe sufficiente non disboscare la foresta amazzonica, come invece fa Mc Donald’s, per citarne uno a caso. Basterebbe non impoverire intere aree del mondo per poi favoleggiare sulla bontà delle sementi ogm che obbligheranno il coltivatore a ricomprarle ogni anno, diventando schivo della Monsanto, per esempio. Si potrebbe pensare di non affamare più milioni di persone per la nostra sete tecnologica di coltran, di uranio, di petrolio, oro, e ogni varietà di minerale che generi acquolina in bocca all’industria. Sarebbe sufficiente permettere l’accesso a tutti gli abitanti del pianeta dell’acqua potabile, piuttosto che vendergliela sotto forma di bottiglietta della Nestlé. Addirittura si potrebbe immaginare di non dover più fomentare guerre e violenze per poi arricchirsi sulle materie prime e la ricostruzione, favorendo corruzione e delinquenza. Si potrebbe vendere farmaci a prezzi modici. Mi fermo qui, ma gli esempi sarebbero infiniti. Certo, tutto questo significherebbe cambiare il nostro stile di vita opulento. Ne saremmo felici? Ne saremmo capaci? Credo di no, purtroppo.

Ma torniamo a ieri, ripartendo da qui.

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#950/2 La banalità del post

Mar Mediterraneo. Europa. Africa. Pianeta Terra. Sistema solare. Via Lattea. Universo conosciuto.

Leggo molto in questi giorni. Leggo cose tristi.

post-fbLe leggo sui social che frequento. In realtà sull’unico social che frequento. E’ da lì che mi arrivano, attraverso amici che le condividono a loro volta e che spesso le commentano per come vanno commentate: con orrore e disgusto, ma anche con la dovuta pubblicità.

Le persone che scrivono queste cose vivono tra noi, sono i nostri vicini di casa, a volte i nostri stessi amici-di-una-vita, quelli che conosci dal tempo del liceo. quelli che hai perso di vista, ma che erano brave persone, divertenti, mai avuto uno screzio con nessuno, neanche con il lavavetri bengalese all’incrocio. Ecco, sono quelli che poi nel mare magnum del web si rivelano, al riparo di una tastiera, per quei banalissimi attori del male che ogni giorno i loro governi e il loro stesso modus vivendi perpetrano a danno dei paesi da cui questi nostri fratelli sono costretti a fuggire.

E con questo intendo dire che anch’io, come tutti noi siamo parte del problema. Certo, con toni diversi di quelli ignoranti e becero razzisti di cui una larghissima parte della società italiana esprime il proprio orizzonte culturale e che fa parte di un altro e non meno importante e urgente problema. Ma andiamo con ordine, o almeno proviamoci.

Tra una manciata di giorni si celebreranno i settant’anni della Resistenza. Mai come oggi – e la cosa triste è che lo diciamo ogni anno – ci sarebbe bisogno di ritrovare quei valori fondativi della società repubblicana italiana: la solidarietà, la laicità, l’equità. Anche attraverso quei commenti beceri al post di Gianni Morandi – tra le tante cose che mi è capitato di vedere in questi giorni – mostrano quanto abbia perduto in termini di memoria e di storia questa nostra società. E di sicuro il problema non è nella scuola, ma nella politica. In particolare di quella che da sempre ha interesse a smuovere le peggiori viscere intestinali pur di raccogliere una manciata di voti che gli permetta di prendere uno stipendio da europarlamentare o deputato.download (1)

E’ al largo di Lampedusa che si deve combattere l’ultima resistenza. Ma non quella verso un nemico esterno, verso i barconi di disperati che si aggrappano all’ultimo lembo d’Italia pur di non affogare. No, a loro i resistenti dovranno e vorranno dare ospitalità che mia madre definirebbe cristiana, nel senso più laico del termine, se mai ce ne fosse uno, e che io preferisco chiamare semplicemente umana. La vera resistenza che si deve combattere è quella contro il nemico interno mai davvero sconfitto nella sua ideologia di morte e egoismo, è quel fascismo che mai sradicato ha nuovamente attecchito come tante spore di fungo e di cui Salvini, la Santanché, la Meloni o Fiore, e con loro Casapound e compagnia orribilus, sono solo la punta dell’iceberg. E mica da ieri, voglio dire.

Ma qui si parla della banalità del male. Della gente comune che non riconosce più un limite, o che forse è spinta ad accettarne costantemente di nuovi e più pericolosi continuamente e ormai non li riconosce più. Il normalissimo vicino di casa che un bel giorno esplode con tutta la sua rabbia e fa una strage in ufficio.

Intendiamoci, tutto questo è normale, appunto, quasi banale.

download (2)Basti pensare ai diritti sindacali, frutto di lotte dei nostri padri, dei nostri nonni, e che oggi molto spesso vengono buttati nel cesso per cercare di strappare prezzi concorrenziali e dunque lavoro sempre più sottopagato e sfruttato. Nello stesso modo con cui ci si fa del male a poco a poco, senza quasi nemmeno accorgersene, così si può voltare le spalle, chiudere gli occhi anestetizzarsi alla crudeltà che la nostra stessa società impone al mondo intero, senza nemmeno essere sfiorati dal dubbio di essere complici.

Ma torno a ripetere: se ci si focalizza sul singolo che commenta in modo disgustoso tragedie come quella accaduta qualche giorno fa (e di quante non siamo messi al corrente?), allora si fa come lo stolto che quando gli indichi la luna, lui guarda il dito. E’ la politica, in tutte le sue sfumature che va messa sul banco degli imputati. E parlo della politica europea in primis (italiana, francese, inglese, e di ogni singolo stato membro), e quella dei loro scagnozzi omologhi sparsi ovunque sul globo.

Nel suo post, che nel più soft dei commenti è stato definito “buonista” dalla parte peggiore dei suoi fans, Gianni Morandi ha incarnato la banalità del bene a cui si è contrapposta, appunto, la banalità del male, rinfocolata ad ogni talk-show, ad ogni picco di share dal politico di turno con i suoi mal di pancia, i suoi distinguo, la sua inumana legalità che non fa altro che far vomitare a qualcuno le peggiori intenzioni.

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Pubblicato in 2015, Aprile 2015, Pensieri, Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

#950/1 Premessa

Mar Mediterraneo. Europa. Africa. Pianeta Terra. Sistema solare. Via Lattea. Universo conosciuto.

19 aprile 2015

19 aprile 2015

Il 19 aprile 2015 si è consumata, al largo del canale di Sicilia, l’ennesima, forse la più grande, tragedia umanitaria che ha visto come scenario il Mare Mediterraneo, il Mare Nostrum. Si Parla, ma la cifra non sarà mai possibile determinarla con precisione, di almeno 800-900 morti.

Mare Nostrum, proprio come il nome della missione militare promossa dall’Italia e in attività fino a sei mesi fa, quando la palla – e i milionari investimenti necessari – passarono all’Europa con l’operazione Triton. Ma di questo parleremo poi.

950 morti. Esseri umani. Uomini, donne, bambini. Inghiottiti da quello che più che il Mare Nostro, sembra sempre più il Mar Morto. Già perché sono solo gli ultimi.

Il 3 ottobre 2013 366 migranti morirono nell’attraversata, quando ormai vedevano le coste di Lampedusa. Proprio da quella tragedia per la prima volta – ma mica era la prima di quel genere di tragedie, solo la più grande – comunque, per la prima volta, la politica italiana si pose il problema di come evitare fatti analoghi. Ecco che si pensò all’operazione Mare Nostrum, operazione umanitaria del governo italiano attuata dalla marina e dall’aeronautica militare italiana.

8 luglio 2013. Papa Francesco a Lampedusa

8 luglio 2013. Papa Francesco a Lampedusa

Ma si sa, passata l’emozione, le visite del Papa; abituati come siamo all’onda di piena delle notizie dei telegiornali, anestetizzati dall’invasione di status, di notizie-acchiappa-like dei social, dai gattini e dalla moda, siamo tornati più o meno tutti a occuparci beatamente dei cazzi nostri. E poi c’è la crisi, ma anche di questo parleremo poi, che il discorso si fa lungo.

Giusto per dare qualche dato – alla portata di tutti, per altro – di Mare Nostrum e Triton partirei dai migranti soccorsi: oltre 160mila nell’anno di attività di Mare Nostrum, 6mila nei primi sei mesi di attività di Triton. Certo c’è da tener conto che con l’estate i viaggi si intensificano, ma lo sforzo sembra di tutt’altro spessore. E stridono gli investimenti. Mare Nostrum, finanziata solo dall’Italia, poteva contare su un budget di 9,5 milioni di euro al mese, Triton invece (finanziata dall’intera Comunità Europea che se non sbaglio conta su 28 paesi membri) può contare solo su 2,9 milioni di euro al mese. La missione Mare Nostrum si spingeva fin sotto le coste libiche, mentre Triton si ferma a 30 miglia da quelle italiane.

images (4)Le ragioni di queste differenze nei numeri stanno nella natura stessa delle due missioni. Mare Nostrum era una risposta umanitaria, un’impiego quasi anomalo dell’apparato militare. Triton è invece a tutti gli effetti una missione militare, e nello specifico di vigilanza delle frontiere (infatti è condotta da Frontex, l’agenzia europea di controllo delle frontiere). Cioè un pattugliamento di ordine pubblico in mare.

Lo scopo di Frontex non è aiutare, ma respingere se non in possesso di regolari documenti.

Ma poi c’è la crisi. E proprio perché c’è la crisi. Siamo in troppi qui da noi e non possiamo fare entrare tutti. Per questo c’è Frontex. Ci proteggiamo da un’invasione. E questo è il primo fallimento dell’Europa, o almeno una sua dichiarazione.

La Crisi. Una parola che entra prepotente in questa vicenda, anche nella sua declinazione plurale. Le Crisi.

Quella eterna palestinese, quella estremista dell’Isis, dai confini incerti e sempre più allargati che vanno dall’Iraq alla Libia stessa passando per l’insaguinata Siria, quella radicale di Boko Haram che sospinge i profughi del Ciad, della Nigeria, e poi le mille schegge impazzite di Al-Quaida dal Mali allo Yemen, e poi la Somalia in mano agli Shabaab. Solo per citare le più eclatanti. E più ancora delle guerre – per citare – ne uccide la fame e la miseria, che quelle non hanno confini e spesso sono più radicali di qualsiasi fondamentalismo. Tutte Crisi che, come la questione migranti, sono in atto da anni, a volte da decenni, ma che il mondo – non solo l’Italietta dei politici di piccolo spessore da Renzi a Berlsconi, attraversando gran parte dell’arco parlamentare – l’intera società delle Nazioni Unite, del cosiddetto mondo occidentale, affronta ogniqualvolta si presentano ai propri occhi, come emergenze.images (6)

Emergenze. La parola che segna la seconda, grande, sconfitta dell’Europa e di ciascuno di noi, anche nel proprio piccolo. Ogni volta che c’è un’emergenza (di qualsiasi natura) significa che non c’è stata programmazione, non c’è stata prevenzione, non c’è stata pianificazione. Per dirla come un mio amico marocchino: non c’è un piano B. Non c’era un piano. Questa è un’emergenza. Una mancanza precedente. Un’emergenza successiva.

E poi c’è la crisi immateriale, quella che non percepisci perché perdi il lavoro, anzi; quella che non riguarda soldi, case, affitti, macchine e nemmeno conti in banca. C’è La Crisi. Quella che pare avere obnubilato la coscienze di molti tra noi. Quella che ci impedisce di riconoscere i fratelli, di sentire un colpo al cuore quando si viene a conoscenza di queste notizie, quella che ci fa guardare con indifferenza tanto il nostro vicino di casa quanto il collega di lavoro. E anche questa se sottovalutata porterà ad una crisi, questa già nota e con un nome: fascismo.

In queste ore, e a questo è dovuto anche il ritardo delle mie parole senza senso, ho letto molto su quest’ultima gravissima tragedia del mare. Ho letto articoli di giornale, alcuni scritti da persone che conosco che ho condiviso, altri che ho letto con interesse, ma ero in disaccordo, altri mi sono sembrati coccodrilli privi anche di lacrime, cose scritte perché “si deve”, parole senza sentimenti.

E poi la bellezza dei social, vero sfogatoio dell’italico pensiero. E lì, le braccia cadono davvero. Ed è lì che capisci che la Crisi Immateriale sarà più devastante di quelle economica, che sarà molto difficile che cambi qualcosa. Perché chi usa Facebook o altri social per dare sfogo alle proprie bassezze razziste, ai propri insulti xenofobi e inumani, poi sono gli stessi che incontri dal parrucchiere, al bar, in chiesa, al seggio elettorale. Questi vanno in chiesa, e votano! E voteranno chi alimenterà le loro certezze, che poi sono le loro paure. Così come si accontentano di credere in un mondo diviso tra buoni e cattivi in cui i cattivi sono sempre “gli altri”, non importa chi, ma “gli altri”.

images (2)E dunque via agli insulti, all’esultanza per “700 bocche in meno da sfamare” ( e mi fermo qui, che mi fa abbastanza schifo riportarli tutti … sic). E ci si scopre, impreparati come in un’emergenza, razzisti e miseri. Il problema è che sono tanti che in questi giorni infestano i social con i loro commenti da galera. E allora anche la politica si muove e propone blocchi navali e “bombardamenti alle carrette del mare prima che queste partano”, che è una cosa impensabile da parte di una mente sana. Mi ricorda molto quando la California fu devastata da una serie inarrestabile di incendi e Bush senior propose di abbattere tutti gli alberi, così non ci sarebbero stati più incendi. O come chi proponeva di avvelenare i clochard di New York, così da fare sparire la povertà dalle strade della città. Insomma, la follia.

Ma se si vuole andare oltre alla sola facciata, se si vuole parlare del fenomeno nel profondo, allora il discorso si fa davvero lungo. E puoi continuare qui [2].

 

 

 

 

 

 

 

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La consapevolezza del blogger

E’ circa un anno che latito da questo blog. Lo avevo aperto, come immagino accada a molti, con l’intento di aggiornarlo un paio di volte a settimana, o anche tre. In principio temo che l’idea fosse quella di aggiornarlo tutti i giorni, ma poi … ma poi, quando si apre un blog, spesso, se non per tutti almeno per me, lo fai quando hai tempo di pensare “Aspetta che apro un blog”, il che significa che non ti stai spaccando la schiena dodici ore al giorno in miniera, che altrimenti non ti verrebbe in mente di aprire un blog.

Sono una persona incostante, perciò, come quasi tutte le cose della mia vita, all’entusiasmo iniziale sono subentrati i dubbi sul cosa stessi facendo davvero. Che io sono una di quelle persone che prima comincia una cosa e poi si pone delle domande. Credo dipenda dal fatto che uno si fa delle aspettative che poi finiscono sempre con l’essere contraddette dalla realtà. Niente di male, ma a me capita così.

Quindi mi sono preso una pausa di riflessione. Nel frattempo me ne sono andato. Dal web e dal mio paese. Capita a tanti, ultimamente.

In sostanza è capitato anche, ma a me capita spesso come dicevo, che mi sia chiesto che cazzo di intelligente o di diverso, quale contributo stessi a dando e a chi, quale meraviglioso e interessante punto di vista stessi offrendo con queste righe che scrivo/scrivevo. La risposta, come spesso mi capita, è tata: nessuna. Niente. Nada. Non do alcun contributo al dibattito nazionale né all’evoluzione della specie. Sono inutile.

Non saranno i miei viaggi né le mie opinioni a cambiare di una virgola il corso degli eventi, non farò cambiare idea ad alcun e pochissimi leggeranno queste righe, perché di fatto questo, come molti altri ambiti del web e più nello specifico molti blog, è poco più di uno sfogatoio. E fin qui la consapevolezza la fa da padrona.

Poi però … poi, però, siccome sei una persona che s’informa, s’interessa (o almeno cerca di farlo), siccome sei connesso (come la maggior parte dell’umanità e tutti i tuoi amici con i quali comunichi), siccome chiunque abbia a portata di mano un computer, oggi, ha aperto un blog, un profilo facebook, twitter, instagram, linkedin, ecc, e si permette di pontificare su qualunque argomento sia il trend di giornata; insomma, a questo punto, quella voglia di dire anche a te la tua, ti assale e prende il sopravvento.

Ed eccoti qui a scrivere. Forse in uno sfogatoio, forse per te stesso (ma chi scrive, per antonomasia, scrive per gli altri), forse per egocentrismo, forse  per edonismo.

Forse, semplicemente perché consapevole che non si cambierà il mondo, che nessuno leggerà, consapevole dei limiti dei miei ragionamenti, della semplicità delle miei opinioni, del ritardo dei miei interventi; forse, perché credo ancora nella differenza tra l’essere complici e l’essere disobbedienti.

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